La Pena di Morte: una sanzione crudele, inumana e degradante

Il 10 ottobre ricorreva la 16° Giornata mondiale contro la pena di morte, quest’anno dedicata in particolare ai detenuti nel braccio della morte.

Sono numerose le motivazioni che spingono Amnesty International a chiedere l’abolizione della pena di morte.

E’una palese violazione del diritto alla vita, proclamato dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani.

E’una punizione crudele, inumana, degradante.

Esisterà sempre il rischio di mettere a morte dei prigionieri innocenti: a differenza del carcere, la pena di morte, infatti, presenta il rischio di commettere errori giudiziari irreversibili che non possono più essere corretti dopo la morte del condannato.

Non esistono prove che dimostrino che la pena di morte possa essere considerata un deterrente per la commissione di crimini violenti; la minaccia dell’esecuzione non rappresenta certamente una strategia efficace nella prevenzione degli attacchi terroristici quando le persone sono preparate a uccidere a rischio della propria vita per ragioni ideologiche o politiche.

Non tutte le persone messe a morte sono colpevoli di reati gravissimi.

I paesi che eseguono la maggioranza delle sentenze capitali, sono anche quelli dove esistono gravi preoccupazioni sull’equità del sistema giudiziario, come la Cina, l’Iran e l’Iraq.

La pena di morte, utilizzata come metodo per impedire ai prigionieri di reiterare i loro crimini, è uno strumento inutile. Proprio a causa della sua stessa natura, la pena di morte può essere applicata solo a un detenuto che è già stato imprigionato, e quindi già allontanato dalla società. Visto che questo prigioniero non è più in grado di commettere alcun atto di violenza contro la società, la pena di morte non è affatto necessaria come sistema di protezione. E’ impossibile, inoltre, capire se le persone che sono state messe a morte sarebbero effettivamente tornate a commettere il crimine per il quale erano state imprigionate. L’esecuzione implica la privazione della vita per impedire ai detenuti di commettere crimini che molti di loro non avrebbero comunque commesso.

La pena di morte è una forma di punizione unica con caratteristiche che non sono proprie del carcere: la crudeltà dell’esecuzione in sé, ma anche la crudeltà di essere costretti ad aspettare nel braccio della morte, spesso per lunghi anni, pensando alla propria esecuzione.

Nel 2018, circa 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica; solo 56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.

Purtroppo sono diversi i casi di violazioni del diritto internazionale in tema di pena di morte da parte dei governi: in Iran sono state eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni. Nei bracci della morte di questo stato, alla fine del 2017, ve ne erano almeno altri 80. Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell’esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa.

Amnesty International ha anche registrato parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture come , purtroppo, avvenuto i in Arabia Saudita, in Bahrein,  Cina, Iran e Iraq. In questi ultimi due paesi, alcune di queste “confessioni” sono state addirittura trasmesse in televisione.

Un caso in cui è possibile riscontrare una serie di violazioni dei diritti umani  è sicuramente quello di Mohammad Reza Haddadi, un ragazzo iraniano nel braccio della morte da quando aveva 15 anni.

Mohammad  ha dovuto subire la tortura di vedersi fissata e poi rinviata l’esecuzione almeno sei volte negli ultimi 14 anni.

Il tribunale penale di Kazeroun, nella provincia di Fars, lo ha condannato alla pena di morte con laccusa di omicidio nonostante al momento della commissione del fatto avesse meno di 18 anni.

In particolare, Mohammad è accusato di aver ucciso un autista in un incidente in cui, oltre a lui, erano coinvolti altri tre adulti. Durante gli interrogatori, infatti, il ragazzo iraniano aveva confessato la sua colpevolezza solo perché i suoi due coimputati si erano offerti di dare i soldi alla sua famiglia.

Nel corso del processo Mohammad ha ritrattato la sua confessione dichiarandosi innocente e sostenendo di non aver preso parte all’omicidio. Tesi sostenuta anche dagli altri coimputati che hanno ritirato le parti della loro testimonianza che riguardavano il coinvolgimento del ragazzo.

Firma ora e chiedi anche tu di annullare la condanna a morte per Mohammad!

https://www.amnesty.it/appelli/salva-mohammad-condannato-alla-pena-morte-15-anni/

PENADIMORTE

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