Tep Vanny e il potere di migliaia di firme!

“Aprite il vostro quotidiano un qualsiasi giorno della settimana e troverete la notizia di qualcuno, da qualche parte del mondo, che è stato imprigionato, torturato o ucciso poiché le sue opinioni e la sua religione sono inaccettabili per il suo governo. Ci sono milioni di persone in prigione in queste condizioni, sempre in aumento. Il lettore del quotidiano percepisce un fastidioso senso d’impotenza. Ma se questi sentimenti di disgusto ovunque nel mondo potessero essere uniti in un’azione comune, qualcosa di efficace potrebbe essere fatto”.

— The Observer, “I prigionieri dimenticati” di Peter Benenson ( pubblicato il 28 maggio 1961)

Queste sono le prime e ormai famose righe dell’articolo pubblicato sul quotidiano inglese dal padre fondatore di Amnesty International. Da allora, insieme al contributo di milioni di persone, Amnesty International si schiera ogni giorno al fianco di chi ha subito un’ingiustizia lanciando appelli e raccogliendo firme per fare pressione sui governi.

Dal 1961 ad oggi, persone lontanissime tra loro hanno ritrovato la libertà grazie al coraggio di chi ha firmato per chiedere la loro liberazione!

Tep Vanny è una di queste persone.

Nell’ultimo anno e mezzo oltre 200.000 persone hanno firmato l’appello di Amnesty International per chiedere la sua scarcerazione e  dopo oltre 700 giorni di carcere, il 20 agosto 2018 un provvedimento di grazia firmato dal re ha consentito a Tep Vanny, leader del movimento per il diritto alla casa della Cambogia, di tornare libera.

Sono stati, i suoi, due anni di detenzione ingiusta, dovuti solo al suo pacifico attivismo per il diritto all’alloggio.

Il 23 febbraio 2017 Tep Vanny, da oltre 10 anni animatrice del movimento per il diritto alla casa in Cambogia, era stata condannata a due anni e mezzo di reclusione per aver preso parte a una protesta pacifica nel 2013 contro gli sgomberi forzati in nome di uno dei tanti progetti di “riqualificazione urbanistica” nei pressi della casa del primo ministro a Phnom Penh.

La Corte suprema aveva confermato la condanna a 30 mesi di carcere per “violenza intenzionale aggravata” per Vanny e altri due membri della comunità; ulteriore sanzione era anche quella di dover  versare salatissimi risarcimenti per l’equivalente di circa 2500 euro, ai due agenti di polizia che avevano denunciato di essere stati aggrediti. Il 27 luglio 2017 e il 7 febbraio 2018 la sua condanna era stata confermata rispettivamente in appello e in Cassazione.

Il caso di Tep Vanny non è purtroppo un episodio isolato: nel regno di Cambogia, difensori e difensore dei diritti umani sono stati vessate e perseguite per le loro pacifiche attività in favore dei diritti umani.

Ciò è confermato dalle parole di  Josef Benedict, vicedirettore delle Campagne per il Sud-est asiatico e il Pacifico di Amnesty International : “Oggi è un giorno triste non solo per Tep Vanny e i suoi familiari ma per i diritti umani in Cambogia – ha dichiarato in una nota ufficiale  -. Tep Vanny è stata condannata unicamente per aver difeso pacificamente i diritti della sua comunità.

La sentenza di oggi pone nuovamente in discussione l’indipendenza del potere giudiziario in Cambogia e pare confermare che i tribunali di questo paese sono poco più che un’estensione del governo, che ricorre a false accuse penali per intimidire e imprigionare chi lo critica“, ha aggiunto Benedict.

Chi la conosce sa che Tep Vanny non è minimamente capace di usare violenza. E infatti del tutto pacifica era stata la manifestazione svolta nel marzo 2013, di fronte alla residenza del primo ministro Hun Sen, per chiedere il rilascio di un’attivista della comunità del lago Boeung Kak, soggetta a sgomberi forzati nella capitale dove migliaia di famiglie erano state sgomberate con la forza dalle loro abitazioni per fare spazio ad abitazioni di lusso.

“Come vittima di sfratto, posso garantire che Tep Vanny non ha usato violenza o ha fatto qualcosa di sbagliato. Ci scommetterei la mia vita su questo “, ha detto l’altro attivista del Boeung Kak Lake, Bov Chhorvy.

Tep Vanny è stata minacciata e picchiata ogni volta che è scesa in piazza opponendosi in modo non violento alle ruspe ed è stata arrestata e condannata tre volte negli ultimi dieci anni per aver preso parte o coordinato proteste pacifiche: ciò, però, non le ha impedito di continuare a difendere il diritto degli esclusi dal progresso ad avere un tetto sotto la testa.

“Dobbiamo condividere tutti i benefici della nostra esperienza. Se ci alziamo insieme, possiamo ottenere giustizia. Se le comunità si uniscono, abbiamo un grande potere”. — Tep Vanny

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