Don Stefano
È sera, ci rechiamo tutti in parrocchia per ascoltare la testimonianza di don Stefano riguardo gli avvenimenti dello scorso inverno. Un uomo corpulento, di grandi mani e occhi scuri, che si veste volentieri di blu (o almeno credo, perché le tre volte che l’ho incrociato in strada era vestito di blu) e che parla un italiano attraversato da vivaci sfumature siciliane. Ci racconta di come le persone hanno vissuto inverno e primavera, qui a Lampedusa. Non è stato facile per nessuno. Ci sono stati momenti di fortissima tensione, come quando, il 20 maggio, un gran numero di lampedusani ha protestato contro l’arrivo di tende per i migranti. Fra me, mi ripeto che non posso sperare che tutti siano come Antonino e gli altri di Alternativa Giovani, e che in un’isola così piccola da non avere un ospedale è normale che la gente si senta “invasa” dalla permanenza di così tanti migranti. Don Stefano ci tiene però a ricordare che non c’è mai stata violenza. Nemmeno un atto vandalico, nemmeno una rissa. Come questo sia potuto accadere, lo sanno solo i lampedusani e gli immigrati che hanno convissuto al loro fianco in quei mesi. Non mancavano proteste, provocazioni, e non manca certo a Lampedusa chi sostiene che gli immigrati non avevano nessun diritto di partire dal loro paese per “venire a invadere Lampedusa”. Ma come dice don Stefano e come ci ripeteranno in seguito molti pescatori, non mancava nemmeno chi dava soldi ai migranti, chi forniva loro cibo e chi improvvisava con loro tornei di calcio internazionali. Come mi son ripetuta moltissime volte nel corso di questa settimana, la verità assoluta non esiste, tutto quel che possiamo ricercare sono le innumerevoli verità parziali che le persone custodiscono per sé stesse.
Pino
È il penultimo giorno di permanenza a Lampedusa. Tutti vogliamo viverlo intensamente. La mattina, alzataccia alle 5.30 per andare alla spiaggia dei Conigli (ancora deserta) a creare il nostro regalo di addio ai lampedusani. Ci sdraiamo sulla spiaggia mentre il sole lambisce la sabbia bianca tramutandola in oro. Ci disponiamo in modo da formare un immenso GRAZIE con i nostri corpi e aspettiamo che Fulvio Bugani, il nostro fotografo, ci faccia qualche scatto dall’alto delle rocce. Finito di farci fotografare, ci buttiamo tutti fra le onde e credo di aver fatto il più bel bagno in mare di tutta la mia vita. La sabbia era così soffice, le onde così trasparenti e i pesci così poco diffidenti che sarei rimasta in acqua per ore e ore… ma bisognava prepararsi alla mobilitazione di quella sera! Abbiamo stampato molte copie della foto di ringraziamento in formato cartolina da distribuire ai lampedusani, abbiamo disseminato il paese di palloncini colorati con su scritto “guarda il C.I.E.lo” e abbiamo creato in piazza il “percorso della memoria” (idea dei ragazzi di A.G.). Con oggetti una volta appartenuti ai migranti raccolti sulla spiaggia, poesie di Erri de Luca, fotografie e pezzi di rete abbiamo ricostruito tutti i bivi di fronte ai quali un “viaggio della speranza” è destinato a trovarsi. Raggiungere le coste, o essere seppelliti dal mare. Essere rinchiusi in un C.I.E., o vivere tra la gente. Ritrovare la libertà, o essere “rispediti al mittente”.
A guardare il nostro “percorso della memoria” con sguardo disapprovante, c’era Pino. Parlò con molti di noi, io rimasi per più di un’ora ad ascoltarlo. All’inizio, pensavo che non avrei retto i suoi discorsi, mi stava già invadendo un vago malessere. Sapevo di non poter fare nulla per lui. È un vecchio, non potevo arrabbiarmi con lui, né sperare di riuscire in una sera a piantare in lui il seme del dubbio. Mi feci però forza e continuai a parlarci. Lentamente si rilassò, cominciò a parlare con meno durezza, negli occhi aveva una gran sofferenza mescolata a fierezza. Non riporto qui tutto quello che ci disse, ma solo che lo lasciammo abbracciandolo. I suoi non erano i discorsi di un razzista né di un uomo povero in amore, ma di un uomo cresciuto nel secolo scorso che si ritrova a dover fare i conti con l’individualismo del nuovo millennio. Con grande rispetto, aggiunsi la sua voce a quella di tutte le altre, e lasciai Lampedusa pensando che è davvero una terra complicata. Come tutto il resto del mondo.
Ciò che di me resta a Lampedusa
Una lettera, fatta arrivare ai ragazzi della base Loran, scritta dal nostro gruppo. Visto che non li abbiamo potuti incontrare, ci sembrava sacrosanto poter almeno dire loro che lo avremmo voluto fare.
Un anello di legno, del Niger, lasciato cadere fra le onde durante una gita in barca. Volevo che restasse qualcosa di mio, lì, come promessa di ritorno.
(post scriptum)
E poi tutto viene spazzato via…la notte successiva alla mia partenza, una barca con 300 migranti approda a Lampedusa, a Cala Pisana, con 25 morti uccisi dall’asfissia nella stiva. A che serve il mio amore, se le mie mani non hanno potuto farli uscire di lì prima che fosse troppo tardi? Nell’attesa di rimediare almeno un po’ ,concretamente, alla mia inutilità, che io serva almeno a convincere qualcuno che non sono questi fratelli venuti dal mare il vero problema del nostro paese.
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