Racconto di Lampedusa(prima parte)

Dal 23 al 30 luglio Amnesty International ha organizzato a Lampedusa il primo campeggio per i diritti umani per incontrare chi nell’isola vive, lavora, accoglie, si batte per i propri diritti e per il rispetto dei diritti degli altri.

Tra le quaranta e più persone che hanno vissuto insieme questa interessante e profonda esperienza c’era anche Moira, un’attivista del nostro gruppo: qui di seguito(in questo post la prima parte) pubblichiamo il suo racconto di quei giorni…

“La settimana a Lampedusa è stata talmente intensa che non sono riuscita a scrivere quanto avrei voluto. Cerco allora di radunare qui i tanti, piccoli frammenti di Lampedusa che ho accumulato in questi giorni. Non ho alcuna pretesa di oggettività su quello che scrivo, mi sarebbe piaciuto poter rimanere più a lungo sull’isola per conoscerla meglio e mettere alla prova le idee che mi sono fatta, ma il tempo che avevo è corso via più velocemente di un fiume in piena e tutto ciò che rimane sono impressioni, dettagli, emozioni e voci di gente.

Prima impressione

Dall’aereo, Lampedusa sembra avere qualcosa di arabo nel suo modo di stare al sole, battuta da tutti i venti, con le sue case molto fitte e colorate dai tetti piatti. L’aeroporto si trova in una zona chiamata Punta Sottile (un vero e proprio corridoio di terra attraversato dalla pista di atterraggio) e il sole, già basso, illumina il suolo di una luce che lo fa arrossire. Tutto è polvere, roccia, cespuglio. Non ci sono molti alberi e quelli che ci sono assumono un atteggiamento nobile, per via della loro irrimediabile solitudine.  Ci accolgono all’aeroporto, salutiamo quelli che saranno i nostri compagni di viaggio e ci avviamo sulla strada che porta al campeggio.

Nel petto, un impercettibile battito d’ali. Mi piace stare qui.

Abbracci impossibili

Lunedì mattina, un inaspettato acquazzone ci ha costretti a rimandare la visita all’isola dei Conigli. Non mi è dispiaciuto per niente, perché in cambio ci è stata data l’opportunità di partecipare a un piccolo presidio in solidarietà ai migranti organizzato davanti al C.I.E. di Imbriacola. Forse anche per colpa della pioggia, il presidio è stato davvero “piccolo”, ma l’emozione, al contrario, enorme. Un posto di blocco sorvegliato dalla guardia di finanza ci impediva di avvicinarci ai cancelli del centro. Il motivo? Forse, come ci ha spiegato poi nel pomeriggio un carabiniere della base per minori Loran (un distaccamento del C.P.S.A. di Lampedusa, situato anch’esso a Imbriacola), si temeva che alla nostra vista i migranti si agitassero troppo. Qui, secondo me, la sintesi di tutte le ingiustizie che gli immigrati clandestini subiscono nel nostro paese. Uomini, donne e bambini arrivati in Italia e automaticamente rinchiusi in centri di prima accoglienza dove, di fatto, vivono come detenuti senza aver commesso alcun reato.

 Molto difficile è entrare nel centro, e ancor più difficile uscirne.  La distanza fra noi era breve, e insopportabile.

Nel pomeriggio, la scena si ripete davanti alla base Loran. Ci viene chiesto di allontanarci e, questa volta, di presentare i nostri documenti. Il mare era calmo e il cielo ormai spalancato all’azzurro,  ma i nostri sguardi si impigliavano senza sosta nella rete del centro, dall’altra parte della quale tutti i ragazzi presenti al centro ci guardavano. Noi qui, loro lì, dietro la rete, dall’altra parte del mondo.

Ci raggiungono le rappresentanti di Terres des Hommes, che grazie ad un progetto hanno la possibilità di entrare tre volte a settimana nel centro.

 Alessandra, avvocato, ci dà alcune informazioni riguardo le condizioni dei minori “detenuti”. Attualmente sono 169, tutti maschi fra i 14 e i 17 anni, e con loro ci sono altri due migranti, adulti. Vengono per la maggior parte dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Mali e dalla Tunisia. Per arrivare fin qui, sono tutti passati dalla Libia. Sono tutti minori non accompagnati (se fossero accompagnati, verrebbero ospitati assieme alle famiglie nel C.P.S.A. di Imbriacola). Nessuno di loro è stato affidato ad un tutore, come per legge dovrebbe essere. Rinchiusi nel centro senza alcun titolo giuridico, rimangono nel centro per qualche tempo (ci sono stati casi di ragazzi trattenuti per 55 giorni), per poi essere trasferiti verso delle case d’accoglienza sparse in tutta Italia (o verso le cosiddette “strutture ponte”, che se ne occuperanno in attesa di un nuovo trasferimento). Le condizioni all’interno del centro sono molto precarie: non vi sono passatempi oltre a quelli che da soli i ragazzi si ingegnano a creare, le condizioni igieniche sono scarse e non vi sono, alla base Loran, cabine telefoniche a disposizione (ci sono due cellulari, ma non è facile riuscire a captare la rete). Nel centro entrano, oltre a Terres des Hommes, alcune altre organizzazioni autorizzate. Fra queste, la Croce Rossa, l’Unhcr e Save the Children (con la quale abbiamo avuto un incontro giovedì sera).

 La tristezza è molta, nell’ascoltare le parole di Alessandra, e i lunghi, silenziosi, clandestini saluti a distanza che ci siamo scambiati con i ragazzi del centro serrano la gola lungo la strada del ritorno.

Vincenzo e Porta d’Europa

È fine pomeriggio, soffia uno scirocco che porta meduse alla spiaggia e caldo umido sulla pelle. Camminiamo senza meta per le strade di Lampedusa, con un appuntamento per le 7 a Porta d’Europa. Abbiamo voglia di parlare, conoscere gente, stare con i lampedusani, ma solo poche ore a disposizione. Nella zona del porto vediamo tre signori sui sessanta vicino ad un bel peschereccio (la “Flavia”, come si presenta la scritta sul fianco) dipinto di bianco e azzurro. Con la scusa di chiedere indicazioni (anche se Antonino, di Alternativa Giovani, ci ha spiegato perfettamente dove si trova porta d’Europa) ci avviciniamo al primo signore e attacchiamo discorso.

Senza alcuno sforzo da parte nostra  per spingere la conversazione oltre il semplice “mi scusi/grazie” , il signor Vincenzo si mette a raccontare la storia del monumento, spiegandoci che è stato costruito due anni fa sull’estrema punta sud di Lampedusa (quella che le imbarcazioni dei migranti cercano di raggiungere) per dare il benvenuto ai nuovi arrivati e per commemorare quelli che sono naufragati nel segreto del Mare prima di poter essere soccorsi. Vincenzo non ha niente contro i migranti, nemmeno contro quelli che lo scorso inverno hanno invaso l’isola creando un certo disagio alla popolazione. Come molti, qui, crede che la crisi sia stata creata volontariamente dal Governo italiano (che ha bloccato i trasferimenti, lasciando che il centro d’accoglienza di Lampedusa, e poi le sue strade, si gonfiassero di migranti esasperando la situazione) per ricevere fondi dall’Unione Europea.

Durante i mesi “caldi” dell’emergenza, i migranti stavano e dormivano dappertutto, anche sotto le barche. Vincenzo, al quale dei ragazzi tunisini hanno “sequestrato” la scialuppa per due settimane, non si lamenta e sembra provare comprensione più che astio, pietà più che paura. La sua rabbia è per il governo, che ha lasciato l’isola da sola, e per i mass media, che “hanno parlato troppo e troppo poco di quello che avveniva a Lampedusa). Troppo del caos, del disordine, del sovraffollamento. Troppo poco dei veri problemi dell’isola e di ciò che molti lampedusani hanno fatto per aiutare i migranti. “Certo”, prosegue Vincenzo, “la situazione poteva scoppiare in ogni momento, bastava tanto così”… ma questo non è avvenuto. Dopo una lunga conversazione e qualche scambio di battute, ci accomiatiamo dal pescatore con un sorriso e cerchiamo di raggiungere porta d’Europa. 

Lo ritroviamo poco dopo, con la macchina (voleva forse sapere se eravamo riusciti a trovare il luogo dell’appuntamento?), e ci scorta fino al monumento.

Al tramonto, con tutti i nostri compagni seduti sulla roccia e i ragazzi di Alternativa Giovani che ci spiegano come la loro piccola e potente associazione (nata in seno al liceo scientifico dell’isola) cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica locale sui problemi del migrante, Porta d’Europa si riempie di sole. L’orizzonte, guardato da sud, è dolorosamente bello e sembra annunciare nuovi arrivi. Una frase, pronunciata da qualcuno dei ragazzi di A.G., rende comunicabile ciò che ho pensato in quel momento: “il prossimo non è solo colui che abbiamo immediatamente accanto, ma anche colui che sta per arrivare.”

Etichette: , , , , ,

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.