Il cinema Sant’Angelo, pieno di persone e gonfio di attesa, è una piccola parentesi di calore nel freddo serale del 3 marzo 2011, e nell’aria c’è una sensazione strana, leggera, ma quasi palpabile: questa sarà una gran bella serata. E il corso delle cose non smentisce i presentimenti… si spengono le luci, si accende il pensiero. Il documentario di Andrea Segre, “IL SANGUE VERDE”, patrocinato da Amnesty International, permette agli spettatori di guardare in faccia una delle piaghe più infette del nostro Paese: lo sfruttamento del lavoro, spesso accompagnato, purtroppo, dalla discriminazione sociale e, nel caso degli stranieri, da xenofobia e razzismo. Il documentario segue i passi di sette giovani braccianti africani, che raccontano Rosarno. O meglio, di Rosarno raccontano ciò che hanno dovuto vedere e vivere sulla propria pelle: il duro lavoro negli aranceti (dodici ore al giorno per 25 euro) in condizioni di vita e di igiene che vanno ben oltre la soglia della miseria, il rapporto con la ‘ndrangheta, che sfrutta il lavoro nero dei clandestini riducendoli a un’enorme schiera di “nuovi schiavi”, la rivolta del gennaio scorso, lo scontro con gli abitanti del luogo, la deportazione di massa in altre parti d’Italia, la risposta troppo spesso inadeguata delle istituzioni e delle associazioni assistenziali. È il lungo racconto di un’altra Italia, un’Italia che trema, che ha paura, che ha la gola piena di rabbia ma nessuna voce per esprimerla, un’Italia che ha dovuto rivoltarsi (anche violentemente) per cominciare a esistere, e che anche da rivoltosa ha dovuto fare i conti con un’altra delle grandi piaghe di questa nazione: la tendenza alla memoria corta o, nel peggiore dei casi, alla pura indifferenza.
A seguito del documentario, gli interventi di Francesco Di Pietro (dell’A.S.G.I., associazione studi giuridici sull’immigrazione), di Giuseppe Pugliese (dell’osservatorio migranti AfriCalabria di Rosarno) e di Yamadou, (uno dei sette protagonisti del documentario), hanno riscaldato la sala della loro forza travolgente, e hanno dato a tutti un prezioso stimolo per la riflessione. Non c’era spazio per la retorica nelle loro parole potenti ed emozionate, e il dibattito che ne è seguito ha aperto orizzonti nuovi, ritagliando punti di vista molteplici per l’analisi di un problema che non è solo degli immigrati, ma diventa di tutti noi e, non di meno, dello Stato. Yamadou, ora membro dell’Assemblea dei Migranti a Roma (che dagli avvenimenti di Rosarno si riunisce autonomamente ogni domenica nella capitale), ci riporta con le sue parole, calme e piene di fermezza, a diretto contatto con la realtà, la sua realtà, che molti riescono tuttora a non vedere.
Come gruppo di Amnesty International di Perugia, siamo fieri di aver potuto realizzare un evento che si è rivelato essere un vero e proprio INCONTRO di civiltà (in questi tempi si preferisce usare l’espressione scontro di civiltà, ma la priorità dovrebbe essere proprio quella di trasformare gli scontri in incontri), e soprattutto incontro di REALTA’ QUOTIDIANE che sono solo apparentemente troppo distanti per toccarsi.
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11 marzo 2011 alle 01:00
Grazie di cuore, per averci dato quest’occasione, nella bella, anche mia, Perugia