Racconto di Lampedusa(seconda parte)

20 ottobre 2011

Don Stefano

È sera, ci rechiamo tutti in parrocchia per ascoltare la testimonianza di don Stefano riguardo gli avvenimenti dello scorso inverno. Un uomo corpulento, di grandi mani e occhi scuri, che si veste volentieri di blu (o almeno credo, perché le tre volte che l’ho incrociato in strada era vestito di blu) e che parla un italiano attraversato da vivaci sfumature siciliane. Ci racconta di come le persone hanno vissuto inverno e primavera, qui a Lampedusa. Non è stato facile per nessuno. Ci sono stati momenti di fortissima tensione, come quando, il 20 maggio, un gran numero di lampedusani ha protestato contro l’arrivo di tende per i migranti. Fra me, mi ripeto che non posso sperare che tutti siano come Antonino e gli altri di Alternativa Giovani, e che in un’isola così piccola da non avere un ospedale è normale che la gente si senta “invasa” dalla permanenza di così tanti migranti. Don Stefano ci tiene però a ricordare che non c’è mai stata violenza. Nemmeno un atto vandalico, nemmeno una rissa. Come questo sia potuto accadere, lo sanno solo i lampedusani e gli immigrati che hanno convissuto al loro fianco in quei mesi. Non mancavano proteste, provocazioni, e non manca certo a Lampedusa chi sostiene che gli immigrati non avevano nessun diritto di partire dal loro paese per “venire a invadere Lampedusa”. Ma come dice don Stefano e come ci ripeteranno in seguito molti pescatori, non mancava nemmeno chi dava soldi ai migranti, chi forniva loro cibo e chi improvvisava con loro tornei di calcio internazionali. Come mi son ripetuta moltissime volte nel corso di questa settimana, la verità assoluta non esiste, tutto quel che possiamo ricercare sono le innumerevoli verità parziali che le persone custodiscono per sé stesse.

Pino

È il penultimo giorno di permanenza a Lampedusa. Tutti vogliamo viverlo intensamente. La mattina, alzataccia alle 5.30 per andare alla spiaggia dei Conigli (ancora deserta) a creare il nostro regalo di addio ai lampedusani. Ci sdraiamo sulla spiaggia mentre il sole lambisce la sabbia bianca tramutandola in oro.  Ci disponiamo in modo da formare un immenso GRAZIE con i nostri corpi e aspettiamo che Fulvio Bugani, il nostro fotografo, ci faccia qualche scatto dall’alto delle rocce. Finito di farci fotografare, ci buttiamo tutti fra le onde e credo di aver fatto il più bel bagno in mare di tutta la mia vita. La sabbia era così soffice, le onde così trasparenti e i pesci così poco diffidenti che sarei rimasta in acqua per ore e ore… ma bisognava prepararsi alla mobilitazione di quella sera! Abbiamo stampato molte copie della foto di ringraziamento in formato cartolina da distribuire ai lampedusani, abbiamo disseminato il paese di palloncini colorati con su scritto “guarda il C.I.E.lo”  e abbiamo creato in piazza il “percorso della memoria” (idea dei ragazzi di A.G.). Con oggetti una volta appartenuti ai migranti raccolti sulla spiaggia, poesie di Erri de Luca, fotografie e pezzi di rete abbiamo ricostruito tutti i bivi di fronte ai quali un  “viaggio della speranza” è destinato a trovarsi. Raggiungere le coste, o essere seppelliti dal mare. Essere rinchiusi in un C.I.E., o vivere tra la gente. Ritrovare la libertà, o essere “rispediti al mittente”. 

A guardare il nostro “percorso della memoria” con sguardo disapprovante, c’era Pino. Parlò con molti di noi, io rimasi per più di un’ora ad ascoltarlo. All’inizio, pensavo che non avrei retto i suoi discorsi, mi stava già invadendo un vago malessere. Sapevo di non poter fare nulla per lui. È un vecchio, non potevo arrabbiarmi con lui, né sperare di riuscire in una sera a piantare in lui il seme del dubbio. Mi feci però forza e continuai a parlarci. Lentamente si rilassò, cominciò a parlare con meno durezza, negli occhi aveva una gran sofferenza mescolata a fierezza. Non riporto qui tutto quello che ci disse, ma solo che lo lasciammo abbracciandolo. I suoi non erano i discorsi di un razzista né di un uomo povero in amore, ma di un uomo cresciuto nel secolo scorso che si ritrova a dover fare i conti con l’individualismo del nuovo millennio. Con grande rispetto, aggiunsi la sua voce a quella di tutte le altre, e lasciai Lampedusa pensando che è davvero una terra complicata. Come tutto il resto del mondo.

Ciò che di me resta a Lampedusa

Una lettera, fatta arrivare ai ragazzi della base Loran, scritta dal nostro gruppo. Visto che non li abbiamo potuti incontrare, ci sembrava sacrosanto poter almeno dire loro che lo avremmo voluto fare.

Un anello di legno, del Niger, lasciato cadere fra le onde durante una gita in barca. Volevo che restasse qualcosa di mio, lì, come promessa di ritorno.

(post scriptum)

E poi tutto viene spazzato via…la notte successiva alla mia partenza, una barca con 300 migranti approda a Lampedusa, a Cala Pisana, con 25 morti uccisi dall’asfissia nella stiva. A che serve il mio amore, se le mie mani non hanno potuto farli uscire di lì prima che fosse troppo tardi?  Nell’attesa di rimediare almeno un po’ ,concretamente,  alla mia inutilità, che io serva almeno a convincere qualcuno che non sono questi fratelli venuti dal mare il vero problema del nostro paese.

Racconto di Lampedusa(prima parte)

23 agosto 2011

Dal 23 al 30 luglio Amnesty International ha organizzato a Lampedusa il primo campeggio per i diritti umani per incontrare chi nell’isola vive, lavora, accoglie, si batte per i propri diritti e per il rispetto dei diritti degli altri.

Tra le quaranta e più persone che hanno vissuto insieme questa interessante e profonda esperienza c’era anche Moira, un’attivista del nostro gruppo: qui di seguito(in questo post la prima parte) pubblichiamo il suo racconto di quei giorni…

“La settimana a Lampedusa è stata talmente intensa che non sono riuscita a scrivere quanto avrei voluto. Cerco allora di radunare qui i tanti, piccoli frammenti di Lampedusa che ho accumulato in questi giorni. Non ho alcuna pretesa di oggettività su quello che scrivo, mi sarebbe piaciuto poter rimanere più a lungo sull’isola per conoscerla meglio e mettere alla prova le idee che mi sono fatta, ma il tempo che avevo è corso via più velocemente di un fiume in piena e tutto ciò che rimane sono impressioni, dettagli, emozioni e voci di gente.

Prima impressione

Dall’aereo, Lampedusa sembra avere qualcosa di arabo nel suo modo di stare al sole, battuta da tutti i venti, con le sue case molto fitte e colorate dai tetti piatti. L’aeroporto si trova in una zona chiamata Punta Sottile (un vero e proprio corridoio di terra attraversato dalla pista di atterraggio) e il sole, già basso, illumina il suolo di una luce che lo fa arrossire. Tutto è polvere, roccia, cespuglio. Non ci sono molti alberi e quelli che ci sono assumono un atteggiamento nobile, per via della loro irrimediabile solitudine.  Ci accolgono all’aeroporto, salutiamo quelli che saranno i nostri compagni di viaggio e ci avviamo sulla strada che porta al campeggio.

Nel petto, un impercettibile battito d’ali. Mi piace stare qui.

Abbracci impossibili

Lunedì mattina, un inaspettato acquazzone ci ha costretti a rimandare la visita all’isola dei Conigli. Non mi è dispiaciuto per niente, perché in cambio ci è stata data l’opportunità di partecipare a un piccolo presidio in solidarietà ai migranti organizzato davanti al C.I.E. di Imbriacola. Forse anche per colpa della pioggia, il presidio è stato davvero “piccolo”, ma l’emozione, al contrario, enorme. Un posto di blocco sorvegliato dalla guardia di finanza ci impediva di avvicinarci ai cancelli del centro. Il motivo? Forse, come ci ha spiegato poi nel pomeriggio un carabiniere della base per minori Loran (un distaccamento del C.P.S.A. di Lampedusa, situato anch’esso a Imbriacola), si temeva che alla nostra vista i migranti si agitassero troppo. Qui, secondo me, la sintesi di tutte le ingiustizie che gli immigrati clandestini subiscono nel nostro paese. Uomini, donne e bambini arrivati in Italia e automaticamente rinchiusi in centri di prima accoglienza dove, di fatto, vivono come detenuti senza aver commesso alcun reato.

 Molto difficile è entrare nel centro, e ancor più difficile uscirne.  La distanza fra noi era breve, e insopportabile.

Nel pomeriggio, la scena si ripete davanti alla base Loran. Ci viene chiesto di allontanarci e, questa volta, di presentare i nostri documenti. Il mare era calmo e il cielo ormai spalancato all’azzurro,  ma i nostri sguardi si impigliavano senza sosta nella rete del centro, dall’altra parte della quale tutti i ragazzi presenti al centro ci guardavano. Noi qui, loro lì, dietro la rete, dall’altra parte del mondo.

Ci raggiungono le rappresentanti di Terres des Hommes, che grazie ad un progetto hanno la possibilità di entrare tre volte a settimana nel centro.

 Alessandra, avvocato, ci dà alcune informazioni riguardo le condizioni dei minori “detenuti”. Attualmente sono 169, tutti maschi fra i 14 e i 17 anni, e con loro ci sono altri due migranti, adulti. Vengono per la maggior parte dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Mali e dalla Tunisia. Per arrivare fin qui, sono tutti passati dalla Libia. Sono tutti minori non accompagnati (se fossero accompagnati, verrebbero ospitati assieme alle famiglie nel C.P.S.A. di Imbriacola). Nessuno di loro è stato affidato ad un tutore, come per legge dovrebbe essere. Rinchiusi nel centro senza alcun titolo giuridico, rimangono nel centro per qualche tempo (ci sono stati casi di ragazzi trattenuti per 55 giorni), per poi essere trasferiti verso delle case d’accoglienza sparse in tutta Italia (o verso le cosiddette “strutture ponte”, che se ne occuperanno in attesa di un nuovo trasferimento). Le condizioni all’interno del centro sono molto precarie: non vi sono passatempi oltre a quelli che da soli i ragazzi si ingegnano a creare, le condizioni igieniche sono scarse e non vi sono, alla base Loran, cabine telefoniche a disposizione (ci sono due cellulari, ma non è facile riuscire a captare la rete). Nel centro entrano, oltre a Terres des Hommes, alcune altre organizzazioni autorizzate. Fra queste, la Croce Rossa, l’Unhcr e Save the Children (con la quale abbiamo avuto un incontro giovedì sera).

 La tristezza è molta, nell’ascoltare le parole di Alessandra, e i lunghi, silenziosi, clandestini saluti a distanza che ci siamo scambiati con i ragazzi del centro serrano la gola lungo la strada del ritorno.

Vincenzo e Porta d’Europa

È fine pomeriggio, soffia uno scirocco che porta meduse alla spiaggia e caldo umido sulla pelle. Camminiamo senza meta per le strade di Lampedusa, con un appuntamento per le 7 a Porta d’Europa. Abbiamo voglia di parlare, conoscere gente, stare con i lampedusani, ma solo poche ore a disposizione. Nella zona del porto vediamo tre signori sui sessanta vicino ad un bel peschereccio (la “Flavia”, come si presenta la scritta sul fianco) dipinto di bianco e azzurro. Con la scusa di chiedere indicazioni (anche se Antonino, di Alternativa Giovani, ci ha spiegato perfettamente dove si trova porta d’Europa) ci avviciniamo al primo signore e attacchiamo discorso.

Senza alcuno sforzo da parte nostra  per spingere la conversazione oltre il semplice “mi scusi/grazie” , il signor Vincenzo si mette a raccontare la storia del monumento, spiegandoci che è stato costruito due anni fa sull’estrema punta sud di Lampedusa (quella che le imbarcazioni dei migranti cercano di raggiungere) per dare il benvenuto ai nuovi arrivati e per commemorare quelli che sono naufragati nel segreto del Mare prima di poter essere soccorsi. Vincenzo non ha niente contro i migranti, nemmeno contro quelli che lo scorso inverno hanno invaso l’isola creando un certo disagio alla popolazione. Come molti, qui, crede che la crisi sia stata creata volontariamente dal Governo italiano (che ha bloccato i trasferimenti, lasciando che il centro d’accoglienza di Lampedusa, e poi le sue strade, si gonfiassero di migranti esasperando la situazione) per ricevere fondi dall’Unione Europea.

Durante i mesi “caldi” dell’emergenza, i migranti stavano e dormivano dappertutto, anche sotto le barche. Vincenzo, al quale dei ragazzi tunisini hanno “sequestrato” la scialuppa per due settimane, non si lamenta e sembra provare comprensione più che astio, pietà più che paura. La sua rabbia è per il governo, che ha lasciato l’isola da sola, e per i mass media, che “hanno parlato troppo e troppo poco di quello che avveniva a Lampedusa). Troppo del caos, del disordine, del sovraffollamento. Troppo poco dei veri problemi dell’isola e di ciò che molti lampedusani hanno fatto per aiutare i migranti. “Certo”, prosegue Vincenzo, “la situazione poteva scoppiare in ogni momento, bastava tanto così”… ma questo non è avvenuto. Dopo una lunga conversazione e qualche scambio di battute, ci accomiatiamo dal pescatore con un sorriso e cerchiamo di raggiungere porta d’Europa. 

Lo ritroviamo poco dopo, con la macchina (voleva forse sapere se eravamo riusciti a trovare il luogo dell’appuntamento?), e ci scorta fino al monumento.

Al tramonto, con tutti i nostri compagni seduti sulla roccia e i ragazzi di Alternativa Giovani che ci spiegano come la loro piccola e potente associazione (nata in seno al liceo scientifico dell’isola) cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica locale sui problemi del migrante, Porta d’Europa si riempie di sole. L’orizzonte, guardato da sud, è dolorosamente bello e sembra annunciare nuovi arrivi. Una frase, pronunciata da qualcuno dei ragazzi di A.G., rende comunicabile ciò che ho pensato in quel momento: “il prossimo non è solo colui che abbiamo immediatamente accanto, ma anche colui che sta per arrivare.”

“Il sangue verde”

10 marzo 2011

Il cinema Sant’Angelo, pieno di persone e gonfio di attesa, è una piccola parentesi di calore nel freddo serale del 3 marzo 2011, e nell’aria c’è una sensazione strana, leggera, ma quasi palpabile: questa sarà una gran bella serata. E il corso delle cose non smentisce i presentimenti… si spengono le luci, si accende il pensiero. Il documentario di Andrea Segre, “IL SANGUE VERDE”, patrocinato da Amnesty International, permette agli spettatori di guardare in faccia una delle piaghe più infette del nostro Paese: lo sfruttamento del lavoro, spesso accompagnato, purtroppo, dalla discriminazione sociale e, nel caso degli stranieri, da xenofobia e razzismo. Il documentario segue i passi di sette giovani braccianti africani, che raccontano Rosarno. O meglio, di Rosarno raccontano ciò che hanno dovuto vedere e vivere sulla propria pelle: il duro lavoro negli aranceti (dodici ore al giorno per 25 euro) in condizioni di vita e di igiene che vanno ben oltre la soglia della miseria, il rapporto con la ‘ndrangheta, che sfrutta il lavoro nero dei clandestini riducendoli a un’enorme schiera di “nuovi schiavi”, la rivolta del gennaio scorso, lo scontro con gli abitanti del luogo, la deportazione di massa in altre parti d’Italia, la risposta troppo spesso inadeguata delle istituzioni e delle associazioni assistenziali. È il lungo racconto di un’altra Italia, un’Italia che trema, che ha paura, che ha la gola piena di rabbia ma nessuna voce per esprimerla, un’Italia che ha dovuto rivoltarsi (anche violentemente) per cominciare a esistere, e che anche da rivoltosa ha dovuto fare i conti con un’altra delle grandi piaghe di questa nazione: la tendenza alla memoria corta o, nel peggiore dei casi, alla pura indifferenza.

A seguito del documentario, gli interventi di Francesco Di Pietro (dell’A.S.G.I., associazione studi giuridici sull’immigrazione), di Giuseppe Pugliese (dell’osservatorio migranti AfriCalabria di Rosarno) e di Yamadou, (uno dei sette protagonisti del documentario), hanno riscaldato la sala della loro forza travolgente, e hanno dato a tutti un prezioso stimolo per la riflessione. Non c’era spazio per la retorica nelle loro parole potenti ed emozionate, e il dibattito che ne è seguito ha aperto orizzonti nuovi, ritagliando punti di vista molteplici per l’analisi di un problema che non è solo degli immigrati, ma diventa di tutti noi e, non di meno, dello Stato. Yamadou, ora membro dell’Assemblea dei Migranti a Roma (che dagli avvenimenti  di Rosarno si riunisce autonomamente ogni domenica nella capitale), ci riporta con le sue parole, calme e piene di fermezza, a diretto contatto con la realtà, la sua realtà, che molti riescono tuttora a non vedere.

Come gruppo di Amnesty International di Perugia, siamo fieri di aver potuto realizzare un evento che si è rivelato essere un vero e proprio INCONTRO di civiltà (in questi tempi si preferisce usare l’espressione scontro di civiltà, ma la priorità dovrebbe essere proprio quella di trasformare gli scontri in incontri), e soprattutto incontro di REALTA’ QUOTIDIANE che sono solo apparentemente troppo distanti per toccarsi.

“La camera scura”

9 marzo 2011

Dal 14 al 23 gennaio  a Perugia presso la Rocca Paolina abbiamo avuto l’opportunità di ospitare “La camera scura”  mostra fotografica realizzata nell’ambito del progetto “Sono contro la pena di morte perché…” della Sezione Italiana di Amnesty International.

Ogni scatto della mostra ritrae un testimonial che interpreta un condannato a morte raccontando – attraverso uno stencil posto sul muro della cella – una storia, affrontando un aspetto specifico legato alla pena capitale associato a un caso seguito da Amnesty International.

I 13 artisti, attrici e attori, che posano nelle 12 fotografie de “La camera scura”, sostenendo la campagna contro la pena di morte nel mondo, sono:

Luca Argentero, Giulia Bevilacqua, Carolina Crescentini, Sabrina Impacciatore, Peppino Mazzotta, Giulia Michelini, Ana Caterina Morariu, Filippo Nigro, Lara Okwe, Vittorio Emanuele Propizio, Primo Reggiani, Dino Santoro e Gianmarco Tognazzi.

Le fotografie sono di Angelo Di Pietro e la direzione artistica di Mario Vaglio.

Qui di seguito alcuni scatti realizzati durante la permanenza della mostra a Perugia.

Tavolini di Natale

19 dicembre 2010

Anche quest’anno all’avvicinarsi delle feste di Natale, siamo presenti con un nostro tavolino per sensibilizzare, raccogliere firme e fondi per la nostra associazione presso la Rocca Paolina a Perugia vicino all’entrata delle scale mobili nei pressi della sede della Rai.

Qui di seguito alcune proposte per i vostri regali…

Se cerchi un regalo per i tuoi amici o la tua famiglia, la tua associazione, i tuoi clienti o i tuoi collaboratori, trova un’idea che sostiene Amnesty: prodotti che contribuiscono a difendere i diritti umani e sono realizzati nel rispetto dell’ambiente e con attenzione alle condizioni sociali della produzione.

 Amnesty in Umbria vi propone:

  • Miele Bio    
  • Agenda 2011
  • Audio Cd “17×60”
  • Calendario da parete 2011
  • Calendario da tavolo 2011
  • Candele
  • Tulipani in vaso di terracotta

 Vieni a trovarci ai nostri tavolini presso “Natale In” alla Rocca Paolina (a Perugia fino al 23 dicembre), oppure contattaci al 347.2979627

 

 

Arte in piazza per Amnesty International

29 ottobre 2010

Ormai più di un mese fa siamo stati presenti con il nostro gazebo nel centro di Perugia per sensibilizzare ed informare sull’associazione e sulle campagne che in questo momento sta promuovendo, con una particolare attenzione per l’attivazione volta ad ottenere la revisione del Piano Nomadi a Roma il quale se attuato causerebbe molteplici violazioni dei diritti umani dei rom.

In questa opera di sensibilizzazione siamo stati aiutati dall’associazione Didaskalia e da una serie di artisti che hanno prestato la loro arte dipingendo a fianco della nostra postazione per l’intero pomeriggio…

25 febbraio 2010…”Come un Uomo sulla Terra”

20 febbraio 2010

Vengono dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia, dal Ciad, dal Congo, dalla Guinea, dal Niger, dalla Nigeria, dal Mali, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio… sono donne e uomini carichi di dolore, diversi fra loro ma accomunati da due cose. La prima, è che stanno tutti lasciando il proprio paese. La seconda, è che per farlo stanno rischiando la vita. Dovranno metterla nelle mani di un trafficante d’uomini che, per il modesto compenso di tutti (o quasi tutti) i loro risparmi, farà loro attraversare il Sahel e li farà arrivare in Libia, da dove sfideranno il mare per approdare in Europa e, se tutto va bene, in una vita migliore. Sono i clandestini. Tutti hanno buone ragioni per correre questo rischio. La povertà, l’impossibilità di studiare o di lavorare in patria… e in moltissimi casi, la minaccia d’un conflitto armato o l’oppressione di un regime politico soffocante. Molti potrebbero godere dello status di rifugiati, una volta giunti in Europa. Tutti dovrebbero godere di tutela e protezione, in caso di intercettazione da parte delle autorità, fino a che non venga stabilita la loro provenienza e non venga accertato che il loro rimpatrio non comprometta la loro sicurezza personale. Così almeno era stato deciso nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951.

Purtroppo, la realtà è ben diversa. Il 30 agosto 2008, dopo un decennio di trattative fra lo Stato italiano e quello libico, Silvio Berlusconi firma assieme al capo di Stato libico Muhammar Ghedafi un trattato di azione congiunta per il respingimento dei clandestini che dalla Libia cercano di raggiungere l’Italia. Nel febbraio 2009, il Parlamento lo ratifica, forse troppo frettolosamente. Come scritto da Fabrizio Gatti, “la questione più dibattuta non è il naufragio africano, ma la fuga dei passeggeri. Cioè l’emigrazione”.

All’Italia non è importato che l’Etiopia, la Somalia, l’Uganda, la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan, la Nigeria, il Ciad e l’Algeria fossero paesi travolti da conflitti armati devastanti. Non è importato che la maggioranza dei clandestini riconsegnati alla Libia finissero abbandonati nel deserto, e molti di coloro che fanno ritorno a casa rischiassero la vita. Tutto ciò che contava era liberarsi di loro. Da allora, centinaia di clandestini sono stati consegnati dalla Marina Militare Italiana alle autorità libiche senza alcuna indagine sulla loro identità e sui motivi che li hanno spinti a partire (o forse a fuggire) dal loro paese. Centinaia di fantasmi, poiché una volta essersene lavate le mani, l’Italia non si interessa della sorte che toccherà loro in un paese (la Libia, appunto) che non ha mai aderito alla Convenzione del 1951 e in cui un capo di Stato osa definire così i clandestini che si è impegnato a respingere: “gente che vive nella foresta, o nel deserto […] non hanno neanche un’identità, politica o personale.” (conferenza stampa di Ghedafi in Italia in seguito al trattato ).
La serata del 25 febbraio al cinematografo S.Angelo sarà un’occasione per contraddire questa agghiacciante affermazione, sarà un’occasione per restituire a questi fantasmi del deserto un volto, un nome, una storia.

“Come un Uomo sulla Terra” è un film-documentario che racconta le vicende di questo frammento d’Africa che viene sballottato dalle onde del deserto e da quelle del Mediterraneo, per poi inciampare nelle reti di una politica incurante dei loro diritti. Il film di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene è patrocinato dalla Sezione Italiana di Amnesty International, e vuole essere una testimonianza, che porta una voce in più nell’attualissimo dibattito sull’immigrazione clandestina. Quella dei clandestini.

L’incontro si aprirà con brani tratti dal libro allegato al dvd “Come un uomo sulla terra” letti dall’attrice Azzurra Fettucciari.

Al termine della proiezione del film, seguirà un dibattito al quale parteciperanno Giusy D’Alconzo,coordinatrice delle attività di ricerca di Amnesty International Sezione Italia e Maria De Donato,responsabile sezione legale del Consiglio Italiano per i rifugiati.

La discussione sarà moderata dal Prof. Fabio Raspadori,Associate Professor of European Law della Facoltà di Scienze Politiche della Università degli Studi di Perugia.

L’ingresso è gratuito.

Bhopal: 25 anni senza giustizia!

10 gennaio 2010

 

Poco prima della mezzanotte del 2 dicembre 1984, nella città di Bhopal, nell’India Centrale, decine di tonnellate di sostanze chimiche letali fuoriuscirono dall’impianto per la produzione di pesticidi della Union Carbide.

Circa mezzo milione di persone fu esposto a questi gas tossici.Nel giro di pochi giorni ci furono tra le 7.000 e le 10.000 vittime e altre 15.000 nei venti anni successivi.

A distanza di venticinque anni l’area di Bhopal non è mai stata bonificata, nè sono state condotte inchieste adeguate sull’incidente e le sue conseguenze.Più di 100.000 persone continuano a subire gli effetti della contaminazione senza la necessaria assistenza sanitaria e i sopravvissuti sono ancora in attesa di ottenere una riparazione equa ed adeguata per le sofferenze che il disastro ha provocato.

Al fine di sensibilizzare sul tema e di raccogliere firme in favore della popolazione di Bhopal, dal 16 al 18 ottobre nell’ambito della manifestazione “Altrocioccolato” a Gubbio siamo stati presenti con un nostro gazebo.

In particolare il 17 ottobre per richiamare maggiormente l’attenzione, abbiamo organizzato la degustazione di una nuova,”buonissima”, “salubre” acqua minerale: l’ “acqua Bhopal”

Per avere maggiori informazioni sul caso di Bhopal: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2015

In particolare visita ed iscriviti alla community dedicata alla campagna di Amnesty International “Io pretendo dignità“:

http://www.iopretendodignita.it/?q=taxonomy/term/19&page=2

Qui di seguito le foto che testimoniano il lancio dell’ “acqua Bhopal“…

Giornata mondiale contro la pena di morte: stop child executions!

7 gennaio 2010

Nella settimana in cui ricorreva la giornata mondiale contro la pena di morte (il 10 ottobre), abbiamo organizzato una serata di sensibilizzazione e raccolta firme presso il “Buskers Irish Pub” di Perugia.

Quest’anno la giornata mondiale contro la pena di morte era in particolare dedicata al percorso educativo verso l’abolizione della pena di morte.

In questo contesto la Coalizione mondiale contro la pena di morte(di cui Amnesty International è parte) ha deciso di lanciare una petizione pubblica  indirizzata  ai quattro paesi(Arabia Saudita, Iran, Sudan e Yemen) che ancora oggi eseguono la pena capitale nei confronti di minorenni in violazione di quanto espressamente previsto dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ma anche dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione americana sui diritti umani, affinchè tali Stati vengano richiamati al rispetto delle norme e cessino al più presto le esecuzioni nei confronti dei minorenni.

Perchè casi come quelli di Delara Darabi, giovane pittrice iraniana accusata di un omicidio mai commesso, condannata a seguito di un iniquo processo e giustiziata il 1 maggio 2009, non debbano mai più ripetersi.

Per avere maggiori informazioni sulla campagna di Amnesty International sulla pena di morte:

http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/30

A Ritmo di…Diritti Umani!

25 ottobre 2009

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Nell’ambito delle “Giornate dell’Attivismo”, appuntamento annuale a livello nazionale avente l’obiettivo di far conoscere l’associazione e le sue iniziative, sabato 26 settembre abbiamo deciso di organizzare un evento nel centro di Perugia.

Dal primo pomeriggio fino a tarda sera siamo stati presenti con una nostra postazione a Piazza della Repubblica fornendo informazioni e distribuendo materiale divulgativo sull’associazione ed in particolare sulla nuova campagna globale (((IO PRETENDO DIGNITÀ))), attraverso  la quale Amnesty International intende porre i diritti umani al centro della lotta contro la povertà.

 A sostegno dell’iniziativa hanno inoltre partecipato tre distinti gruppi artistici che hanno movimentato la giornata con i loro diversi spettacoli. Il gruppo di musicisti “Escola de Samba Roma Rio” che ha sfilato lungo Corso Vannucci suonando samba in una tipica formazione brasiliana di sole percussioni; il gruppo “Coquinho baiano” che si è esibito in  uno spettacolo di capoeira, ed il gruppo “Asamansi”, che ha  eseguito musiche e danze africane.

Ecco alcune foto della bella giornata…

Ed infine due brevi video che ritraggono il nostro “Direttore Artistico” (il terzo da sinistra) vero ed indiscusso “deus ex machina” della manifestazione, impegnato nella performance di chiusura insieme alla “Escola de Samba Roma Rio” su di un palco improvvisato…

 


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